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C’era una volta In Persia

23 marzo 2020

In bilico tra l’attuale e l’inattuale, le storie che sono “fiabe quasi classiche”, come recita il titolo della Collana di Topipittori, hanno bisogno di mani e sguardi sapienti. “C’era una volta in Persia” non è solo un albo di ottima fattura e perfettamente riuscito, ma ha il pregio di collocarsi, in un presente editoriale così povero di trame, tra le storie che si lasciano raccontare. Il titolo d’altra parte non lascia dubbi: “C’era una volta in Persia… una ragazza che non aveva mai visto la sua immagine riflessa allo specchio.”

In Persia gli specchi sono un simbolo potente e antico: ci sono interi palazzi, santuari e mausolei ricoperti di specchi.

In “C’era una volta in Persia” assistiamo al matrimonio di due giovani sposi. Davanti a loro vengono posti uno specchio e alcune candele; ma la ragazza che non si è mai specchiata, crede che la figura accanto al suo futuro sposo sia un’altra donna e fugge. Quando lo sposo la ritrova sulle rive di un lago e la interroga sull’accaduto, cercando di rassicurarla, la ragazza sconsolata dice di non potergli credere perché è certa che quella che ha visto riflessa non sia la sua vera forma: lei infatti ha la forma del vento, del sole, della luna, degli alberi…

C'era una volta in Persia

Attraverso lo specchio limpido delle parole di Sahar Doustan, i bambini, e in egual misura gli adulti, potranno riconoscere – o forse ritrovare – quella sensazione che ogni tanto ci coglie al cospetto della nostra immagine (che sia allo specchio o in fotografia) e che ci suggerisce di essere, o di essere stati, anche altro da noi.

Il rifiutarsi di riconoscersi in un’unica immagine richiama alla memoria anche le parole del filosofo mistico Ibn‘Arabî che nell’XI secolo scrive: “Dio è dunque lo specchio in cui tu vedi te stesso, poiché tu sei il Suo specchio, e in esso Egli contempla i Suoi Nomi. Ed essi non sono altro che Lui stesso.”
Come a dire che quel sentirsi parte del creato, non è solo legittimo, ma è la via per riconoscere Dio in noi, rispecchiandoci in qualcosa di più alto che felicemente trascende la nostra forma umana per aprirci le porte ad un’esistenza più piena.

Dopo aver ascoltato in silenzio le parole della sposa e figurandosi in esse, lo sposo sorride dicendole di essere simile a lei e che insieme vivranno una vita buona e felice. Così essi si vedono riflessi l’uno negli occhi dell’altra, riconoscendosi per la prima volta. Per questo, di ritorno dal loro viaggio, le candele vengono riaccese e lo specchio girato verso il cielo.

Con questo finale così soave l’equilibrio delicato di una storia che contiene in sé gli archetipi del fiabesco, è rispettato. La storia resta in biblico tra passato e presente con una grazia rara. Le illustrazioni di Daniela Tieni, selezionata con le tavole di questo libro per la Bologna Children book fair, sono un piccolo capolavoro di compostezza ed eleganza. I forti cromatismi, i decori preziosi, gli animali fantastici – quasi dei piccoli Gin custodi del racconto – la bellezza del volto della sposa che non si mostra fino al climax centrale, e l’alternanza dei pieni e dei vuoti, danno corpo perfettamente alle parole precise di Sahar Doustar diventando per esse una sorta di specchio in cui vedere qualcosa di più. Il progetto grafico a cura di Anna Martinucci preserva l’incantamento senza risultare mai lezioso. Davvero un libro da avere. [Alessia Napolitano, della libreria Radice-Labirinto, Carpi]

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