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SE LEI DOVESSE SCEGLIERE… LIBRERIE E LIBERTÀ AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

6 aprile 2020

Di Teresa Porcella

Ringraziamo Antonella Lamberti di Bibelot (bollettino online e Open access della Sezione Toscana dell’Associazione Italiana Biblioteche) per averci permesso di anticipare questo scritto che uscirà a breve nel n. 1 del 2020.


C’è un brano della videointervista di Madaleine Brumagne a Violeta Parra che mi ha sempre colpito. Questo:

MADALEINE BRUMAGNE – Violeta, lei è poetessa, musicista, tessitrice, pittrice…
Se lei dovesse scegliere uno solo di questi canali espressivi, quale sceglierebbe? Insomma, se avesse un solo modo per esprimersi…
VIOLETA PARRA – Sceglierei di restare con la gente.
MADALEINE BRUMAGNE – E non farebbe più nulla?
VIOLETA PARRA- Beh, è la gente che mi fa fare tutte queste cose.

Mi piace, perché la risposta di Violeta forza la logica della domanda.

L’assunto da cui parte l’intervistatrice è che l’artista ha un suo linguaggio primario (se ne ha più di uno deve scegliere quale privilegiare…) e che, scelto il canale, manderà il suo messaggio di bellezza agli altri esseri umani.

violeta parraVioleta Parra risponde invertendo i termini della questione. Si è anzitutto esseri umani tra altri esseri umani, poi si sarà in grado di formulare un linguaggio (o più linguaggi, e poi perché escluderne uno piuttosto che un altro?) e solo in ultima istanza si potrà comunicare bellezza. Il linguaggio scelto e i suoi contenuti scaturiscono dalla relazione umana che vi è a monte. E dunque, Violeta non sceglie un linguaggio. Sceglie di stare dove ogni linguaggio e ogni bellezza è possibile: tra gli uomini.

L’arte sta dentro l’uomo, non viceversa.

È un’e(ste)tica dell’esserci che dichiara immediatamente le implicazioni di cui si sostanzia.

Ecco, d’acchito, mi piacerebbe rispondere con quella stessa logica a chi (pochi) oggi chiede come mai alcune librerie hanno scelto di non effettuare consegne e spedizioni in questi primi giorni di clausura forzata per tutti noi.

Perché prima c’è l’essere umano, poi il lettore, l’autore, l’editore, il distributore e anche il libraio…

La letteratura sta dentro l’uomo, non viceversa.

Così risponderei, così hanno risposto molti librai che come me e come Bianca, la mia collega di Cuccumeo, hanno fatto questa scelta.

La tutela della salute di corrieri, magazzinieri e degli stessi clienti (giacché la movimentazione di merce e di persone è comunque un rischio per tutti), ci è parso il nostro modo più forte e diretto di esserci per e con gli altri. Va totalmente contro i nostri interessi: non si dovrebbe dubitare dell’intenzione.

Farlo subito (come richiesto dalle normative) e senza mezzi termini (che invece la legge consente) è stata una scelta di percorso, dettata dall’idea che se tutti, davvero, avessimo fermato le nostre attività per 15 giorni (come richiesto dal decreto dell’11 marzo), si sarebbe potuto contenere prima e meglio il diffondersi dell’epidemia e si sarebbero potuti abbreviare i tempi di ripresa delle attività economiche.

È stata una risposta che abbiamo provato a dare anzitutto a noi stesse e ai nostri clienti e che abbiamo condiviso con molti altri colleghi per capire se questa fosse la strada giusta da percorrere. Non l’unica, ma quella che più ci somigliava.

Abbiamo anche pensato che questa sottrazione “a fin di bene” potesse essere anche l’occasione per riscoprire libri che già in casa ci sono (chissà quanti ancora mai letti!), e che, in attesa di poter tornare a comprare nelle librerie, si potesse anche esercitare quello spazio di desiderio che stiamo mettendo in atto per tante altre cose (cinema, teatro, musica… corse nel parco, scuola, perfino!) e che, magari, porterà a un ritorno all’oggetto libro ancora più motivato e gioioso.

Ma questi sono dettagli secondari. Ciò che è primario è che per noi, come per molte altre colleghe e colleghi che pure hanno fatto scelte di segno opposto, la decisione è maturata dopo molti interrogativi, dubbi, confronti. Non stasi, non inoperosità, non scarso senso del commercio o disattenzione verso il proprio cliente, ma scelta.

Per questo ci pare giusto che venga ascoltata e diffusa quanto quella di chi ha optato di fare consegne a domicilio o con corriere.

All’interno di ALIR (l’Associazione delle Librerie Indipendenti per Ragazzi, di cui facciamo parte) tutto il mese di marzo è stato punteggiato da discussioni, divergenze, contrapposizioni, ripensamenti, indecisioni, che dicono che, ben oltre ciò che il legislatore consente, la chiarezza d’azione per molti non c’è e la variazione di percorso è sempre possibile. A maggior ragione ora, passati 20 giorni – quando non si vede ancora profilarsi un orizzonte chiaro dei tempi di ripresa – e la necessità di trovare strade di sussistenza per la propria attività commerciale (e per la filiera tutta del libro) si fanno più pressanti. Per tutti, anche per chi ha scelto di stare fermo in prima battuta.

Se ciò avviene, dunque, non è perché si tratti di posizioni più o meno etiche (chi non consegna lo fa per garantire la tutela alla salute di lavoratori sottoposti a rischi e carichi di lavoro pesantissimi, dei propri clienti e anche di se stesso e della propria famiglia e per garantire prima l’uscita dall’emergenza; chi consegna lo fa per non lasciare soli i clienti che, in un momento di distanziamento fisico, recuperano, così, vicinanze mentali e affettive importanti e per garantire la sopravvivenza della filiera, ovviamente mettendo in atto tutte le cautele che minimizzano il rischio), ma proprio perché ben oltre le disposizioni del legislatore (e dunque del lecito e dell’illecito), ci si muove sul terreno della ricerca di un bene comune, attraverso la scelta di una strada possibile. Etica, appunto.

Solo che oggi scegliere, in questa condizione di innaturale rarefazione delle relazioni tra esseri umani, implica l’attivazione di nuove categorie di pensiero, di capacità mai esercitate di interpretazione, la messa in voce di sfumature più articolate del linguaggio (e dunque di azione) che ci aiutino a ridefinire i concetti di distanza e vicinanza, di cura e tutela.

È una semantica nuova, ostica. Stiamo provando a capirne le regole. Per farlo, ci è servito e ci servirà tempo, meditazione e un’esitazione che è sulle cose (come trattarle) e sulle persone (come rispettarle), ma mai sull’intento: essere con le persone tramite le cose.

Proprio perché si tratta di nuove regole di scambio di cose tra persone (commercium, appunto), ci piacerebbe che si provasse a con-trattarle insieme, senza apriori, ma attraverso l’esercizio del dubbio e del rispetto che, in uno scenario mutato e mutante, ci pare l’attitudine più dinamica e adeguata del pensiero in una comunità in cammino.

Ci piacerebbe che il dialogo avviato tra colleghi librai, e qui con i bibliotecari che lo hanno con nostra gioia sollecitato, si allargasse agli editori, ai distributori, ai grossisti e corrieri (parte in causa da non dimenticare, visto che sono quelli a più alto tasso di rischio) oltre che ad autori e lettori, per arrivare, attraverso la messa in campo della ragioni di tutti, a una strada comune che ci faccia, tutti, scegliere come esseri umani appartenenti a una stessa comunità. Dico comunità e non filiera perché la ricaduta in termini di comportamento sia chiara.

Siamo gente avvezza alle narrazioni: le sappiamo leggere, interpretare, creare, proporre. Proviamo a costruirne una comune a partire da oggi.

Proviamo a essere noi i sovrani di quello spazio comune che sono i libri dentro i rapporti.

Perché, come direbbe Violeta, le narrazioni stanno dentro l’uomo e non viceversa.

A maggior ragione in tempi in cui, ad avere la corona, sono i virus.

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